Atelier n. 18

Pina

La chiamavano il fantasma del lungomare, eppure lo sapevano tutti che esisteva in carne ed ossa. Ma il fatto che riuscisse a comprimere tutta la sua vita tra le quattro mura di una stanza aggiungeva un alone di mistero a quella donna invisibile. Nessuno si accorgeva di lei, tranne che nei giorni di festa, in cui la solitudine si mostrava anche agli altri come un male incurabile.

Sembrava appartenere a questo mondo con rabbia e resistenza. Per dovere. Per dovere parlava a qualcun altro, per dovere andava avanti in una routine sgradevole, per dovere si trascinava nei giorni che continuavano ad arrivare, invadenti, contro la sua volontà.

Persino il nome sembrava non dovesse prendere troppo spazio: Pina, quattro lettere come le mura del cubo che chiamava casa. A guardarla, le ipotesi erano due: la prima che Pina avesse subito torti inconfessabili e troppo pesanti per avere la forza di alzare lo sguardo, la seconda che avesse vissuto gioie capaci di generare ricordi e nostalgie insopportabili.

Nella buona o nella cattiva ipotesi sarebbe stato troppo faticoso anche solo accennare un sorriso.

Aveva lunghi capelli neri sempre intrecciati sulla nuca, e gli anni, passando, aggiungevano striature d’argento. Camicia bianca e gonna grigia, al ginocchio. Quando l’aria si faceva rovente eliminava i collant e accorciava le maniche, quando l’inverno faceva sentire il fresco del cotone aggiungeva un maglioncino scollato a V. Il suo abbigliamento era l’unico mezzo che usava per comunicare con gli altri.

Quando l’estate finiva, e nessuno ospite popolava più il lungomare, Pina passeggiava ore e ore da una sponda all’altra perdendo la vista di fronte al mare. E solo allora riusciva a mettere da parte un po’ d’angoscia, e di rabbia, ché davanti a una distesa così grande siamo tutti soli.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 giugno 2015 alle 18:52. È archiviata in Miscellanea con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

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